Si racconta che a Roma, nelle sere di inizio giugno, accadano fatti che sfuggono ai bollettini meteorologici e alle cronache cittadine. Per esempio, che due chitarre decidano di incontrarsi dopo aver vagato per anni in luoghi diversi, portandosi addosso polvere, ricordi e qualche segreto.
Il 6 giugno, al Braccio da Montone, Daniele Fiaschi e Matteo D\’Incà si presenteranno come semplici musicisti. È una versione dei fatti accettabile, ma incompleta.
La verità è che da molto tempo conducono una conversazione che non ha mai avuto fretta di arrivare a una conclusione. Un\’amicizia fatta di accordi trovati e smarriti, di strade percorse separatamente e di improvvisi ritorni. Chi pensa che l\’amicizia sia una faccenda sentimentale non ne ha probabilmente mai osservata una da vicino: è piuttosto una forma di ostinazione. La decisione di continuare ad ascoltare qualcuno anche quando il mondo suggerisce di fare altro.
Per questo le loro chitarre non saliranno sul palco per dimostrare qualcosa. Le dimostrazioni sono affari da impiegati zelanti e da virtuosi inquieti. Le chitarre, invece, hanno un carattere più difficile. Preferiscono fare domande. Si avvicinano, si allontanano, si interrompono, si rincorrono come vecchi amici che conoscono già il finale della storia ma continuano a raccontarsela per il piacere di stare insieme.
Forse comparirà qualche melodia inattesa. Forse un silenzio prenderà il posto di molte note. Forse le corde decideranno di ricordare episodi che i musicisti avevano dimenticato. Nessuno può saperlo in anticipo. È il vantaggio delle cose vive.
Così, mentre Roma continuerà a occuparsi delle sue faccende e il resto del mondo inseguirà le proprie urgenze, al Braccio da Montone accadrà qualcosa di apparentemente modesto: due amici si incontreranno per fare musica.
E, come spesso accade con le cose apparentemente modeste, potrebbe essere molto più interessante del previsto.



